Giornata Mondiale della Filosofia: il Buddha come “supremo filosofo”

Perché la filosofia del Buddha parla ancora al mondo di oggi.

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Il 20 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Filosofia, istituita dall’UNESCO nel 2002 per onorare una delle più affascinanti discipline, votata sin dai suoi albori a scandagliare l’Universo e la natura umana.

È una giornata che vuole ricordarci il valore del pensiero profondo e lucido in un’epoca che corre più veloce delle domande che ci portiamo dentro. Un invito a fermarsi, a esercitare lo sguardo interiore per tornare all’essenziale: ciò che siamo, la nostra natura più autentica.

Per molti, il Buddhismo è considerato una filosofia di vita. E se oggi celebriamo la filosofia, non possiamo non ricordare colui che, più di 2500 anni fa, ha sondato la natura dell’esperienza con una lucidità che ancora ci sorprende: Buddha Shakyamuni, filosofo supremo dell’interiorità, investigatore della mente, guida nel cammino per dissolvere la sofferenza.

Nel nostro percorso di studio con la Ven. Tashi, stiamo approfondendo La liberazione nel palmo della tua mano di Pabongka Rinpoche. Per questa giornata, condividiamo alcuni passaggi che mostrano come il Buddha abbia insegnato una visione della realtà capace di restare attuale per ogni epoca: la dottrina delle Due Verità, convenzionale e ultima.

Le cose non sono come appaiono

Buddha afferma che tutto ciò che nasce da cause e condizioni è, in ultima analisi, privo di un’esistenza propria e permanente. Lo ritroviamo nel Sutra richiesto da Anavatapta:

Qualunque cosa prodotta per mezzo di circostanze non è realmente prodotta e non possiede la natura di produzione.
Io affermo che qualunque cosa sia effetto di circostanze è vuota.
Chi comprende la vacuità è nel giusto.

E Nagarjuna, nel Fondamento della Via di Mezzo, rende ancora più chiaro il legame tra interdipendenza e vacuità:

Se non vi sono fenomeni esistenti privi di origine dipendente,
in tal caso non esistono fenomeni che non siano vacuità.

È un principio semplice e rivoluzionario allo stesso tempo: nulla esiste da solo, e proprio per questo tutto può esistere.

La trappola del “nulla” e la trappola del “tutto”: trovare la Via di Mezzo

Pabongka Rinpoche avverte che, quando cerchiamo di comprendere la vacuità, ci muoviamo su due estremi:

  • negare troppo, cadendo nel nichilismo (“niente esiste davvero”);
  • affermare troppo, aderendo all’idea che le cose possiedano un’essenza intrinseca e indipendente.

L’esempio del vaso lo mostra bene: se elimino pezzo per pezzo le sue parti, non trovo più un vaso da nessuna parte. Ma se concludo che il vaso non esiste affatto, sto distruggendo solo la sua apparenza convenzionale, non cogliendo il punto.

Il Buddha non parla del nulla. Parla di una realtà più sottile: ciò che appare esiste solo per designazione, non per natura propria.

L’“Io” come illusione funzionale

Nel punto di meditazione Negli intervalli delle sessioni, Pabongka Rinpoche guida il praticante verso la comprensione dell’“Io” convenzionale:

Terminato l’assorbimento meditativo […], tutto ciò che sembra sussistere è il semplice termine ‘Io’: questo è semplicemente l’Io convenzionale.

E aggiunge una delle analogie più efficaci:

Il prestigiatore sa che gli elefanti che appaiono sono illusori,
ma li vede andare e venire.

Così anche noi:

  • l’Io non esiste in modo intrinseco,
  • eppure agisce, raccoglie karma, sperimenta gioia e dolore.

La sua esistenza è come un riflesso, non solida, non indipendente, ma comunque efficace.

Vacuità e origine dipendente: due aspetti della stessa realtà

Nagarjuna riassume tutta la filosofia buddhista in una sola frase:

Tutti gli oggetti funzionali sono vuoti per natura;
tuttavia il Tathagata ha insegnato l’origine dipendente dei fenomeni dotati di funzione.

Vacuità e apparenza non sono in conflitto. Si sostengono reciprocamente.
Proprio perché le cose sono prive di un’essenza propria, possono apparire, cambiare, relazionarsi, guarire e farci guarire.

Ed è qui che la filosofia del Buddha tocca la vita quotidiana: riconoscere che ciò che viviamo non è fisso né immutabile apre lo spazio della libertà e della responsabilità.

Perché la filosofia del Buddha parla ancora al mondo di oggi

In un’epoca di forti polarizzazioni, giudizi rapidi e verità gridate, il Buddha ci offre un metodo per coltivare lucidità, discernimento e compassione. Non è una teoria astratta ma un esercizio quotidiano per vedere con chiarezza la realtà dei fenomeni e vivere con intenzione consapevole.

In questo senso, Buddha Shakyamuni può davvero essere considerato un “supremo filosofo”: non solo perché ha indagato la realtà, ma perché ha indicato un cammino per trasformare la mente e il cuore.

Celebrare oggi la Filosofia significa celebrare la possibilità di continuare a porci domande, a osservare senza paura, a indagare la realtà per cercare ciò che ci libera.